Cari Amici,
dopo esserci rifocillati alla tavola di Natalina, siamo ripartiti per riprendere il nostro itinerario spirituale. Abbiamo saputo per caso di un santuario non troppo distante da Capradosso che abbiamo voluto assolutamente visitare. Ancora una volta una strada un po' scoscesa ci ha condotti in un luogo di silenzio e meditazione che in inverno appare ancora più isolato: il Santuario della Madonna della Consolazione o di Montemisio. Arrivarci in una giornata qualunque di una stagione fredda ha avuto l'enorme svantaggio di trovare chiusa la chiesa antica ma in compenso ci è stata data la possibilità di esplorare tutto l'ambiente circostante in uno stato di quiete e distensione, senza fretta e senza noie.
Il santuario fu edificato dai monaci di Farfa che nell'alto Medioevo furono un punto di riferimento importante nelle Marche per la spiritualità e il monachesimo. Sorto sulle rovine di un tempietto consacrato alla dea Artemide, fu dedicato alla Vergine della Cintura ma in seguito a una forte siccità che rischiò di mettere seriamente in ginocchio l'economia locale la dedicazione fu cambiata in Madonna della Tempera. La leggenda racconta di una processione propiziatoria e di una pioggia miracolosa proprio mentre il corteo si metteva in cammino. Piccola digressione: in agraria la tempera si riferisce al grado ottimale del terreno per la sua lavorazione e semina.
Dopo il restauro del XVIII secolo la dedicazione del santuario cambiò ancora, questa volta in Madonna della Consolazione la cui festa si svolge il 15 agosto di ogni anno. Sembra sia una ricorrenza molto sentita e partecipata e che questo paradiso che a noi è parso così dimenticato si animi grazie all'arrivo di tanti pellegrini dai dintorni e da altre parti d'Italia. Non solo, la bella stagione è il tempo propizio per gli incontri e i ritiri di spiritualità che non potrebbero trovare una location migliore.
A metà degli anni Ottanta del secolo scorso il luogo è oggetto di un ulteriore restauro per decisione di don Angelo Ciancotti che tra l'altro era un abile muratore. Esso ha assunto così l'aspetto che oggi vediamo. Nel parco che circonda il santuario si respira un'atmosfera decisamente francescana. C'è molto verde ma anche degli angoli di un'armonia e di una semplicità disarmanti che pur essendo opera dell'uomo hanno la capacità di riconnettere l'animo con la natura. Qui abbiamo ritrovato anche fra' Marcellino.
E poi ci sono gli animali, le piante, i laghetti e la vera "padrona di casa", la quercia roverella del XVII secolo. Con quattrocento anni d'età, oltre ventitré metri d'altezza e cinque di circonferenza è il simbolo del Monte Ascensione. Faceva parte di un bosco abbattuto per ricavare le traversine della ferrovia adriatica e visse un brutto momento quando l'arciprete don Giuseppe Castelli decise di venderla. I boscaioli erano già al lavoro ma i contadini del luogo non si arresero e minacciarono il prelato che avrebbe fatto la stessa fine se la quercia fosse stata tagliata. Fu così che si salvò e ancora adesso rappresenta una parte della storia del posto.
Insomma, se volete farvi un'idea più fedele possibile di beatitudine celeste questo è il viaggio che fa per voi. Con un consiglio, andarci durante la bella stagione per ammirare anche l'interno della chiesa. Da qui noi abbiamo proseguito per Loreto dove vi aspetto per il prossimo racconto che, credetemi, non è scontato come si potrebbe pensare.





















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